Cultura: ripartire dal capitale umano

La ripartenza post covid del comparto culturale vale investimenti per oltre 5 miliardi di euro, di cui 300 milioni destinati al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici che ospitano musei, sale cinematografiche e spazi teatrali.

Quello di cui non si parla nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza approntato da Governo italiano è come recuperare il capitale umano andato perduto in mesi e mesi di chiusura e di distanziamento forzato, che per molti si è tradotto nell’isolamento professionale e nella perdita del lavoro. 

Un problema che ha coinvolto in particolare il comparto dello spettacolo, recentemente ritornato a far sentire la sua voce non solo con la manifestazione dei “Bauli in piazza” dello scorso aprile a Roma, ma anche il 30 maggio con un flash mob a Milano, organizzato dai vari coordinamenti dei lavoratori dello spettacolo sorti in questi mesi per sostenere le ragioni del settore, protagonisti tra l’altro della recente occupazione del Teatro Piccolo di via Rovello.

Quoziente Humano ha raccolto le voci di Leonardo Manera e Rita Pelusio

Messaggi dal mondo della cultura

Tra gli artisti presenti in piazza Duomo c’era anche l’attore Leonardo Manera, che sottolinea a sua volta il calo occupazionale del settore: «L’impatto più significativo della pandemia è che molti sono stati costretti a cambiare lavoro e si sono dovuti reinventare, con tutte le difficoltà che questo comporta. E non è facile nemmeno per chi sta provando a ripartire, è una macchina che fatica a mettersi in moto».

Le istanze del settore sono contenute nella proposta di riforma del lavoro e del welfare dello spettacolo, consegnata lo scorso 30 aprile a Roberto Rampi, relatore della VII Commissione Cultura del Senato.

La proposta è stata formulata durante il mese di occupazione del Teatro Piccolo dal Coordinamento Spettacolo Lombardia di cui fa parte l’attrice comica Rita Pelusio: «Dal 23 febbraio 2020, quando hanno chiuso i teatri, è sorto a livello nazionale un movimento virtuoso che ha riunito tutte le competenze rappresentate nel nostro lavoro. Un evento unico, storico in qualche modo perché non era mai successo prima, e destinato a durare anche se ora siamo impegnati nella ripartenza».

Prima ancora dell’occupazione del Piccolo, Pelusio e altri colleghi hanno organizzato “L’ultima ruota”, un viaggio in bicicletta da Milano a Sanremo in occasione del Festival della canzone italiana, per portare i messaggi del mondo della cultura lasciato da parte in un anno di pandemia.

Rita Pelusio

La ripartenza di questi giorni è all’insegna della condivisione delle sorti del mondo dello spettacolo che si mette al centro della ricostruzione del tessuto sociale. A Milano, dal 7 al 13 giugno, si terrà il “Billi Red Festival” promosso dal Comitato Generiamo Cultura che fa capo al Coordinamento Spettacolo Lombardia. L’evento, reso possibile grazie a una donazione di Zelig, si svolge negli spazi indipendenti dove si fa cultura di prossimità, con l’obiettivo anche di sostenere le realtà più piccole. È necessario ricostruire il contatto vero con il pubblico – dice Pelusio -, avviare di nuovo quel rito collettivo che è sempre stato il teatro e riattivare la socialità». 

Il ruolo sociale del teatro

Socialità e senso di comunità sono indispensabili per salvare l’umanità dall’isolamento e dall’infelicità. Per Leonardo Manera il rischio è molto alto soprattutto a causa del ricorso massivo alla tecnologia come sostituto delle relazioni umane: «Dal mio punto di vista si sta distruggendo lo spirito di comunità.

La spinta con cui la gente cantava sui balconi si è esaurita, e si va verso la solitudine, rifugiandosi in una tecnologia che si immagina di poter umanizzare, invece non è così. Trovo insopportabili quelle pubblicità in cui l’assistente vocale sembra capire i sentimenti degli esseri umani». 

Affidare alla tecnologia il rilancio dello settore fa sorgere più di un dubbio. La partenza di ITsArt, la nuova piattaforma digitale della cultura promossa dal Mibact con Cdp è appena avvenuta, ma per Manera «lo spettacolo, e a maggior ragione quello comico, presuppone la presenza di pubblico.

Il teatro ha un ruolo sociale e rappresenta un momento di condivisione anche al di fuori della sala, che la dimensione domestica non può restituire. Lo streaming è troppo asettico, anche a me è capitato ma lo considero l’extrema ratio». Per Rita Pelusio sarebbe meglio investire nella cultura dal vivo e nei territori. E si domanda se non si corra il rischio di creare un mercato elitario: «Per fare prodotti di un certo livello da mandare in streaming ci vogliono soldi». 

In questi mesi, Manera non ha mancato di far sentire le sue critiche rispetto al racconto della pandemia, anche dai microfoni di Radio 24 dove insieme ad Alessandro Milan conduce il programma “Uno, nessuno, 100Milan”: «Si è fatto molto terrorismo mediatico.

Non è un problema per chi si può confrontare con la vita reale, ma pensiamo agli anziani soli in casa: mio padre, che ha 89 anni, l’anno scorso pensava che Milano fosse stata rasa al suolo». Dove la televisione diventa l’unico mezzo di informazione «qualche scrupolo bisogna porselo, chi non usciva per strada avrebbe immaginato che l’Italia fosse stata colpita dalla bomba atomica». 

Se il tema del destino della società sempre più condizionata dalla tecnologia e dalla solitudine che ne deriva è il fulcro delle riflessioni proposte in teatro da Leonardo Manera, Pelusio torna sul tema della ritrovata coscienza collettiva, riproponendo il suo “Urlando furiosa”, dove racconta come nell’ultimo anno e mezzo alcuni ne abbiano approfittato per curare i propri interessi, ma molti altri si siano impegnati per conseguire un bene comune. 

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