Un primo piano sorridente di Daniela Bernacchi sorridente, Segretario generale Fondazione Global Compact Network Italia

Il terreno della sostenibilità (vera) è quello su cui si gioca la competizione delle aziende

Secondo Daniela Bernacchi, da settembre 2019 Segretario Generale della Fondazione Global Compact Network Italia, la pandemia ha accresciuto nelle aziende un senso di prossimità alle tematiche sociali, accanto a un’accelerazione delle strategie volte al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale.

“L’Italia già da qualche anno è attenta alle tematiche della sostenibilità, ma è indubbio che la pandemia abbia fatto esplodere ancora di più l’urgenza di lavorare per un recovery sostenibile e che sia cresciuta presso le aziende la consapevolezza delle loro responsabilità in scenari di crisi, sia nei confronti dei propri dipendenti, che in quelli della società civile. È oggi evidente un senso di prossimità alle tematiche sociali che prima era meno evidente e forse meno anche sentito”.

Parola di Daniela Bernacchi, da settembre 2019 Segretario Generale della Fondazione Global Compact Network Italia, che ha mandato dalle Nazioni Unite di coordinare e promuovere a livello nazionale il “Global Compact”, il progetto dell’Onu  orientato alla promozione dello sviluppo sostenibile su scala globale.
Nel suo incarico, Bernacchi è responsabile delle strategie del network a livello triennale, gestendo il coordinamento con l’UN global Compact Network e il raccordo con il consiglio direttivo italiano, e di conseguenza anche le relazioni con le aziende e l’implementazione del piano delle attività.

Responsabilità, l’unica scelta possibile

In aprile di quest’anno, durante la conferenza finale del progetto “There isn’t a PLANet B! Win-win strategies and small actions for big impacts on climate change”, all’interno dell’iniziativa NoPlanetB, Global Compact Network Italia ha presentato nuove “Linee guida per gli approvvigionamenti circolari nel settore privato” per fornire alle aziende un primo supporto decisionale nell’adottare scelte di approvvigionamento più consapevoli e ispirate alla circolarità: dalla selezione di materie prime e prodotti a quella dei fornitori. Inoltre, ha sviluppato uno strumento di misurazione qualitativa che possa dare idea alle organizzazioni di quale sia il livello di circolarità del loro approvvigionamento.

Qual era la situazione dell’Italia rispetto alle tematiche della sostenibilità quando è entrata in carica? Come è cambiata in questi due anni? Quali le sfide e le criticità maggiori che ha dovuto affrontare?

Devo dire che già nel 2019  l’Italia era molto attenta alle tematiche della sostenibilità, e in particolar modo molto avanti su tutto il discorso relativo all’economia circolare e sul tema dell’impatto ambientale sopratutto nel settore delle utilities. C’erano dunque già delle sensibilità aperte sui criteri ESG. Sicuramente, la pandemia ha fatto esplodere ancora di più l’urgenza di lavorare per un recovery, che deve essere assolutamente sostenibile perché altrimenti non dà futuro al pianeta. Inoltre, è cresciuta presso le aziende la consapevolezza delle loro responsabilità in scenari di crisi, sia nei confronti della propria forza lavoro che verso la comunità allargata.
Sul primo versante questo si è tradotto, ad esempio, nell’assunzione di servizi assicurativi facoltativi, nello sviluppo di attività di maggiore conciliazione vita/lavoro e nell’avvio di programmi di supporto psicologico durante la pandemia.

Sull’altro fronte si è anche assistito a molte iniziative: dalla donazione di dispositivi personali medici agli ospedali limitrofi alla creazione di hub vaccinali interni alle aziende. Insomma, è evidente un senso di prossimità alle tematiche sociali che prima era meno evidente e forse meno anche sentito, perché nelle tre dimensioni della sostenibilità – ambientale, economica e sociale – quella sociale godeva di meno attenzione rispetto alle altre.

Contemporaneamente, si è vista un’accelerazione sui temi su cui le aziende si stavano già muovendo: in primis la decarbonizzazione e l’impatto ambientale delle zero emission. Questo è a mio avviso dovuto a due variabili: da una lato c’è stato un importante boost di investimenti, con l’avvio del piano Next Generation (che va a sommarsi al Green Deal lanciato nel 2019), dall’altro è cresciuta notevolmente la sensibilità dei consumatori nei confronti delle tematiche ambientali e sociali e quindi anche le aspettative e le decisioni di acquisto sono attente a tematiche ESG Le aziende stanno quindi capendo che devono andare incontro a queste nuove esigenze: il terreno della sostenibilità è quello su cui si gioca la competizione.

Come interagisce il network italiano con gli altri dei diversi Paesi del mondo? Quali sono le occasioni di confronto?
Nel mondo esistono 67 network del Global Compact che coprono 167 Paesi, suddivisi in regioni geografiche: l’Italia fa parte di quella chiamata Wena (Western Europe, North America), che include, oltre al nostro Paese, anche  i Paesi dell’Europa Occidentale come Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Nord America, in tutto 16 nazioni. All’interno dello stesso network ci sono scambi continui. A livello mondiale, poi, una volta all’anno si tiene l’Annual Global Network Forum, in cui si condividono programmi globali, iniziative e revisioni della strategia a livello centrale. Per quanto riguarda i Paesi del sud del mondo, vengono organizzati diversi workshop e approfondimenti su tematiche – ad esempio i diritti umani o il decent work -, che possono essere oggetto di interesse per le aziende italiane che lavorano in quei Paesi.

Quali sono i prossimi passi che si dovranno fare sia a livello globale che a livello nazionale? Quale il suo impegno per il prossimo futuro?
Sicuramente la priorità principale è la sfida ambientale, seguita dall’uguaglianza di genere. È, del resto, un fatto che questa pandemia abbia ulteriormente penalizzato le donne: basti pensare che il 90% di chi ha perso il lavoro in Italia da marzo a febbraio 2021 è donna, a causa di contratti precari, per accudire la famiglia, così come per lo smartworking forzato senza il sostegno di alcun welfare.

Questione (anche) di genere

Non è un caso che l’Italia sia il penultimo paese europeo per percentuale di donne occupate: e poi siamo molto indietro sui percorsi di carriera, sulle posizioni apicali nel mondo aziendale ma anche nel pubblico nel mondo universitario se pensiamo alle rettrici o in  quello ospedaliero pochissime le primarie. Per sensibilizzare su questa situazione abbiamo organizzato per il 28 giugno,in partnership con W20  all’interno della cornice che quest’anno vede l’Italia con la Presidenza del  G20, un evento sull’empowerment femminile nel business e su quanto sia importante lavorare sul gap e sulle equal opportunity delle giovani donne. E poi c’è anche il bisogno di incoraggiare le giovani donne a iscriversi alle università scientifiche, superando un forte condizionamento culturale che le vedrebbe di più nella sfera umanistica. Il mondo Stem è invece un’opportunità per loro.
Un terzo tema molto importante da affrontare è quello dei giovani che con la pandemia  si sono trovati ad avere maggiori difficoltà nel trovare un’occupazione.  

A monte c’è un quarto tema che deve essere affrontato urgentemente a livello di Paese, e cioè l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione. Siamo un paese estremamente arretrato per essere europeo, a partire dai servizi pubblici. La burocratizzazione eccessiva è un freno sulle aziende, soprattutto nel percorso di decarbonizzazione e di assunzione di energie rinnovabili nelle utilities: le lungaggini burocratiche penalizzano inevitabilmente gli investimenti. Questo non è un tema su cui possiamo agire concretamente come Global Compact Network, ma è importante che venga affrontato. Dal canto nostro, abbiamo fatto di recente un incontro con gli amministratori delegati di molte aziende sulla decarbonizzazione e la “just transition “ e i contenuti verranno sintetizzati in un paper.

A proposito di genere, quale pensa possa essere il valore in più che una donna può dare nel suo ruolo?
Condivido una evidenza basate su ricerche, oggettive (es Mac Kinsey): ci sono studi che dimostrano che nei team in cui nelle posizioni di management ci sono delle donne c’è un beneficio di innovazione del 25% e un incremento di redditività. Questo perché la donna ha paradigmi e modalità di flessibilità diverse e su queste diversità di prospettive ci può essere un arricchimento reciproco.

Tornando alle azioni da intraprendere, nel DEAR Programme si allarga la possibilità di finanziamenti anche a società profit. Perché è così importante che le aziende abbiano un impatto positivo? Quanto conta comunicare la sostenibilità?
Conta tantissimo comunicare l’impatto, i progressi e anche le difficoltà, per un discorso di accountability e trasparenza. Noi del Global Compact Network chiediamo alle aziende aderenti di fare una communication on progress obbligatoria – altrimenti rischiano di essere delistate – perché l’adesione al network deve essere proseguita da piani programmatici.

Chiediamo di rispettare i 10 principi di Global Compact in quattro aree – diritti umani, lavoro, ambiente e anticorruzione – e di contribuire agli SDG, stabiliti nel 2015 e che costituiscono l’Agenda 2030.Oltre alla reputation, comunicare è anche importante per attirare investitori istituzionali. Si pensi a come oggi le banche continuino a incrementare le assicurazioni e i fondi ESG. Quindi, maggiore è la performance dell’azienda, più essa sarà capace di attirare fondi istituzionali. Cogliere la sfida della sostenibilità non è solo un dovere morale ma è un’opportunità. Infine, da non sottovalutare che un posizionamento competitivo su queste tematiche aumenta la capacità di attirare giovani talenti, sempre più attenti a questi argomenti.

Nel rapporto fra aziende e fornitori, come si può innescare un circolo virtuoso? Da dove si parte?
Si può partire con un percorso educational di valori condivisi, per poi arrivare a policy più strutturate e a percorsi di due diligence che non vertono solo sulla qualità del prodotto, ma anche sui diritti umani e su altre tematiche valoriali più ampie. Le grandi aziende hanno un potere di influencing sui piccoli fornitori, che devono soddisfare determinati requisiti per potere avere l’opportunità di lavorare con loro; al contempo, le grandi compagnie non possono permettersi di trascurare questi aspetti, perché ne va della loro reputation.

Chi è Daniela Bernacchi

Daniela Bernacchi è dal settembre 2019 Segretario Generale della Fondazione Global Compact Network Italia, capitolo italiano della più ampia iniziativa di corporate sustainability mondiale.
Dopo una carriera ventennale nel marketing di multinazionali attive nei settori dell’editoria (Gruner und Jahr-Mondadori), entertainment (The Walt Disney Company) ed energia (Liquigas-SHV) – raggiungendo il ruolo di Direttore Marketing, Bernacchi ha proseguito la sua esperienza professionale in ambito non profit. Negli ultimi 12 anni, è stata Direttore Generale di due primarie organizzazioni non governative italiane, WeWorld e Fondazione Cesvi, entrambe impegnate in Africa, Asia e Sud America con programmi umanitari e di sviluppo, ed un focus particolare sui diritti umani e la crescita inclusiva e sostenibile. Fino a febbraio 2019, ha fatto inoltre parte del Board di «Alliance2015», network che riunisce 8 importanti ONG europee impegnate per la diffusione degli SDGs – Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite in 89 Paesi del mondo..

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