Carlo Monguzzi capolista dei Verdi alle amministrative per il Comune di Milano
Carlo Monguzzi

Non dire ‘green’ invano

“La parola green è insopportabile”. A dirlo è una persona che dell’ambiente ha fatto la sua battaglia di sempre, prima tra i fondatori di Legambiente e poi dei Verdi di cui è stato consigliere e assessore in Regione negli anni ‘90. Carlo Monguzzi, negli ultimi dieci anni in consiglio comunale a Milano con il PD e oggi in un ritorno ‘al futuro’ capolista di Europa Verde.

Lo abbiamo incontrato, ambientalista storico, per provare a leggere insieme cosa significhi oggi contribuire davvero a una società più rispettosa, di ambiente e persone.

Iniziamo dalla città che ci ospita, che osa serve oggi a Milano?

Il rispetto fra le persone, fra le persone e le istituzioni e fra le istituzioni e le persone. La cosa più banale, se uno lascia la macchina davanti a un passo carraio, ostacola quel poveraccio che deve entrare e uscire; già cominciare a non creare problemi tra di noi, può essere utile.

E poi serve una amministrazione, e forse la nostra ha iniziato un pochino a farlo, che abbia la piena consapevolezza che non decide lei le cose giuste e che si confronta prima con i cittadini. Faccio un esempio, la pista ciclabile in corso Buenos Aires, secondo me giustissima, crea però un sacco di problemi: ogni cosa nuova va a complicare quello che c’era prima, chi deve uscire dal portone, i negozianti che devono caricare, le ambulanze che devono passare…

Andava prima discussa e studiata con tutti coloro che lì vivono e lavorano, altrimenti ci sono delle buone idee ma di difficile applicazione perché si troverà sempre gente a cui non va bene. E non perché sia ideologicamente contraria.

In questi 18 mesi di scenario Covid si sono sviluppati nuovi bisogni?

Sì, perché il fatto di dovere rimanere chiusi in casa per tanto tempo ha fatto sì che a Milano le persone si dividessero in due: quelli che avevano il balcone e il giardino condominiale e quelli che non ce l’avevano.

Ho avuto la fortuna di essere ospitato in una casa che uno spazio all’aperto lo aveva, mentre ioo vivo al primo piano tra due palazzi dove a mezzogiorno è buio. Un lockdown fatto così, o con altre 4 persone in casa è un dramma. Non intendo dire che dobbiamo andare incontro al lockdown, ma che dobbiamo avere una città più bella e questo vuol dire che la gente deve avere case in cui sta meglio.

E qui c’è il problema della povertà. Non viviamo sulle nuvole, ma tutte le nuove costruzioni, che secondo me sono tante, troppe, devono contenere una proposta di affitto a basso costo: per gli studenti che arrivano e per quelli che non ce la fanno ad arrivare a fine mese con un affitto alto.

Tutte questo lo abbiamo imparato parlando con i cittadini. Milano negli ultimi due anni è molto cambiata, certo si poteva capire, ma come sia cambiata lo devi a chiedere alla gente, la fai partecipare.

E una volta che i cittadini partecipano vanno ascoltati, non sentiti, sentire è facile ‘raccontami la tua e poi faccio quello che voglio’. Ascoltare i cittadini vuol dire mettere in discussione le decisioni dell’amministrazione, che a volte sono illuminate e a volte sono stupidate. Questo è il passo in avanti.

Cosa vede nelle persone e cosa nelle istituzioni di cui fa parte?

Le persone sono cambiate, non so se purtroppo o per fortuna, credo nessuno dei due.
C’era molta più rabbia, adesso ce n’è meno ma forse c’è una cosa ancora più brutta: la disillusione, ‘tanto non cambia nulla, cerchiamo di arrabattarci’.

È la soluzione individuale dei problemi e, infatti, le grandi categorie di difesa, ad esempio dei lavoratori come i sindacati, sono in crisi proprio su quello, perché non riescono a difendere complessivamente diritti legati ai lavoratori; magari la CGIL li difende in fabbrica ma poi nel quartiere sono lasciati da soli alle prepotenze agli affitti alti, a quel po’ di intolleranza che c’è ancora in giro.

Dall’altra parte credo che le istituzioni stiano capendo che la torre d’avorio, se mai è esistita, non esiste più; che la classe politica, io la conosco, è molto inadeguata perché non ha sufficiente cultura politica per avere da una parte la visione e dall’altra capire le cose che accadono. E poi abbiamo un sistema dirigenziale nelle istituzioni che è un disastro, gente che da 30,40,50 anni è lì e fa le stesse cose mentre servono risposte e tempi totalmente diversi. Se una persona deve fare un progetto non può aspettare 17 permessi, muore prima.

Lei ha contribuito a fondare i verdi, ne ha vissuto la crisi. Perché pensa serva il ‘vostro’ ritorno oggi?

Guardi, io sono il primo fan di un sindaco che si chiama Giuseppe Sala, ci sta mettendo molta buona volontà, il problema è passare dalla passione alle cose da fare. E sull’elenco delle cose da fare ci sono sempre state una volontà e una opposizione conservatrice. Che è sempre esistita.

Mi ricordo, quando noi di Legambiente bloccammo Corso Vittorio Emanuele con dei vasi di gerani per dire che serviva pedonalizzare, sembrò uno scandalo, i commercianti dissero chiuderemo tutti. Grazie a un sindaco di allora, Tognoli, sveglio e capace il Corso fu chiuso e i commercianti oggi sono contenti perché vendono anche di più. Bisogna andare incontro al cambiamento.

Facemmo anche un referendum per la chiusura del centro a Milano e lo stesso sindaco, nel 1985, contro i commercianti, contro i conservatori, contro – non gli automobilisti che sono persone come lei e come me -, ma contro la lobby degli automobilisti chiuse comunque il centro alle auto private.

Agire concretamente

Poi tutto naufragò perché ci furono troppe deroghe, ma penso che verdi e ambientalisti servano proprio per spingere in queste direzioni, perché a Milano non ci sono gli tsunami, o le inondazioni, la siccità si percepisce nei parchi dove l’erba è gialla e gli alberi sono rinsecchiti, mai grandi disastri come la Siberia che va a fuoco per il grande calore, o il ghiaccio che si scioglie sono reali. Questa volta, a sostenerlo non sono gli ambientalisti che ne sono convinti da 50 anni, sono tutti gli scienziati che ci dicono: o si fanno cose drastiche o il mondo va a catafascio.

La sostenibilità, in particolare quella ambientale, sembra essere un tema ormai nell’agenda di tutte le organizzazioni.

In questo momento accade una cosa pericolosissima che possiamo sintetizzare con ‘tutto è green’, l’aggettivo green è insopportabile, il green pass ne è un esempio, cosa diavolo c’entra con il verde il passaporto per chi ha fatto il vaccino?

Quindi è tutto naufragato in aggettivi, parole, interviste alla televisione. Per chi guarda il TG1, i primi 20 minuti sono sulla politica ‘politicante’, poi, alla fine, ci sono due servizi sul mondo che va in malora. Fatti bene, belli, interessanti, ma non viene evidenziato un legame tra le due cose. Tutti parlano, mentre nel mondo succede altro.

Io credo che i verdi abbiano questo compito, dire che la parola resilienza è fantastica, sostenibilità è bellissima, ma sono usate a sproposito, senza niente dietro. È diventata una moda, ogni impresa, ogni associazione di imprese ha un bilancio ambientale, poi però la produzione è sempre la stessa e se non cambia il modo di produrre siamo al disastro.

Il Ministro Cingolani ha ‘difeso’ l’Europa, ‘colpevole’ solo dell’8% dell’inquinamento globale…

I dati sono veri, nel senso che la Cina e il Brasile messi assieme sono il top della CO2. Noi però produciamo lì. Quindi dobbiamo, in primo luogo, non mandare le produzioni lì o se le mandiamo, il mercato è libero, pretendere che vengano fatte con criteri ambientali e umani.

E questo non vuol dire che in Italia non dobbiamo fare altrettanto. È la stessa cosa che ci raccontano i così detti immobilisti: è inutile fare interventi sul traffico a Milano quando il problema è di tutta la Pianura Padana. Grazie, e chi comincia? Se la Pianura Padana non inizia, è utile che Milano faccia qualcosa. Servirà limitatamente, ma serve.

A proposito dell’iniziare, cito l’esempio che ci ha raccontato un imprenditore: dopo avere abbattuto del 98% la produzione di rifiuti, ha dovuto lottare due anni con il Comune interessato per ottenere di risparmiare sulla tassa collegata.

Questo è il vero problema, la cosiddetta economia circolare di cui parlano tutti è semplicemente recuperare quello che si butta via, la inventammo nel 1970. Il problema è che l’economia circolare sta in piedi se tutto quello che viene raccolto in modo differenziato viene recuperato: vuol dire un buon uso del rifiuto, non depredare le materie prime, ma anche risparmio.

Se non riusciamo a introdurre il fatto che chi fa bene la raccolta differenziata paga meno di tassa dei rifiuti, a Milano la Tari, o le imprese che fanno bene la differenziata hanno degli sgravi fiscali non andiamo avanti. Come sappiamo bene il mondo è premiale, uno fa le cose perché è convinto di farle bene ma anche perché alla fine ha un ritorno.

Le faccio un esempio banale: Milano fa una raccolta molto buona del rifiuto umido, lo scarto di cucina, che poi viene mandato a una ditta che produce compost. Purtroppo, secondo me, il compost non è sufficientemente di buona qualità, quindi, non viene utilizzato ed è terribile, è una cosa su cui si deve intervenire subito. Bisogna fare meglio il compost, quel terriccio che si butta sui campi, e fare un accordo con gli agricoltori, perché loro lo comprino, al posto del fertilizzante chimico. L’economia circolare è questo.

Per spingere questo processo serve trasparenza, in modo che i cittadini sappiano e possa crescere la spinta dal basso.

Esiste la possibilità e in questo è fondamentale il vostro ruolo di giornalisti, perché se non lo dite voi noi come facciamo a comunicare con i cittadini? Certo, parliamo, andiamo in giro, io posso agire sui social ma raggiungo molte meno persone. Quindi in questo momento il ruolo dell’informazione è decisivo, per evitare che la gente legga ‘fuffa’.

E come si comporta l’informazione?

Credo che sia un disastro, perché i giornali sono sempre meno letti e puntano sui titoli per attirare le persone, ma i titoli a volte sono assurdi, anche quelli delle testate più moderate. Tutti tentano di dare scoop, ma molti sono fake. Mi rendo conto che scrivere di cose reali abbia molto meno fascino di una bella invenzione sull’amore tra due persone, ma così non ne usciamo. Penso che i giornali, la tv, i siti debbano fare il loro mestiere, attirare sì l’attenzione delle persone, ma fare informazione. O alimentano un circolo vizioso.

A proposito di informazione e di comunicazione, oggi viviamo una realtà fortemente polarizzata, dove la contrapposizione vince sulla possibilità di ascolto reciproco. Quali risorse mette in campo come politico quando ascolta chi la pensa diversamente da lei?

Domanda molto intrigante. Secondo me, chi amministra la città, in questo momento siamo noi, ha bisogno come il pane di una opposizione forte, incisiva, rompiballe e di una stampa di opposizione critica che mette in evidenza le tue mancanze.

Purtroppo questo non c’è: l’opposizione, parlo di quella che vivo in Consiglio Comunale, magari fa dieci giorni di ostruzionismo su cose irrilevanti, assurde e la stampa di centrodestra non ci dà una mano a criticarci su cose serie ma va a prendere il piccolo pettegolezzo che non serve a nessuno.

La parola alle persone

Quello che a me serve moltissimo è la gente che incontro in metropolitana, sul tram, al supermercato, che mi dice qui manca questo, questo e questo, perché non fate quest’altro. Penso che il politico debba soprattutto girare per strada perché è lì che capisce bene non solo l’umore delle persone, ma cosa vogliono. Io sono il presidente della commissione mobilità ambiente, riceviamo tutti coloro che ci chiedono di essere ascoltati, ma il passaggio del cittadino per arrivare al Comune è lungo e complicato. Se giri, invece, le persone ti riconoscono e ti parlano.

In questi giorni c’è stato un bagno di informazioni e di richieste, oltre che di sensazioni. Come dicevo, alla rabbia ha fatto seguito la disillusione, con la rabbia ci puoi dialogare con la disillusione si fa più fatica.

Sono un imprenditore che legge questa intervista, cosa devo fare nel mio quotidiano per contribuire a una sostenibilità concreta?

Quello dell’imprenditore è il ruolo chiave in questo momento, perché non c’è alternativa, alcuni modi di produrre vanno modificati. Se abbiamo una centrale che va a carbone, o la cambiamo o la sventura della CO2 ci sarà sempre; se produciamo auto che vanno ancora a motore endotermico, cioè benzina, l’inquinamento lo avremo sempre. Può avvenire gradualmente ovviamente, con il sostegno dello stato, delle istituzioni locali e gli imprenditori, più di tutti, devono guardare più avanti.
Aggiungo solo che il settore più inquinante al mondo dopo quello del petrolio è la moda…

E come cittadino, cosa mi dice?

Restiamo alla moda, in media un cittadino italiano compra 27 abiti all’anno, comprane 14 e vedi che le cose migliorano. Non è che io voglia tutti in giro come ai tempi del maoismo, tutti in verde con la stellina rossa. A me piace una città di gente che sta bene, che si diverte, che ride, va al cinema, fa l’amore, sta in case ben riscaldate ma in modo ‘sostenibile’. Eliminiamo quello che c’è in più.
Tutte le mie amiche mi dicono ‘ho un sacco di vestiti che non uso mai’ e io rispondo dalli via, dalli ai poveri.

Ieri ho visto un servizio alla tv, ci sono 82 milioni di persone che vivono nei campi profughi e hanno bisogno di ciabatte per il fango, di vestiti, diamoli a loro… e invece il pensiero è ‘no, non posso liberarmene’. Forse lo sforzo culturale è quello di tornare a una vita molto divertente ma senza tutti questi sprechi.

Ha parlato di vivere la città e in questo momento c’è un mondo diviso in due, ad esempio per le norme sul greenpass. Non le chiedo di entrare nel merito del sì o no, ma, nel ruolo di politici, come si possono aiutare le persone a superare la forte divisività?

Innanzitutto, con un recupero di credibilità da parte di chi ci governa, perché sulla pandemia è stato detto tutto e il contrario di tutto, questo ha condotto a incertezza e l’incertezza porta le persone a sposare una cosa piuttosto che un’altra e a mettersi in contrasto sul nulla. Va bene il vaccino, non va bene il vaccino, serve il vaccino, non serve il vaccino.

È difficile tornare a un rapporto di rispetto tra le persone, se non abbiamo una istituzione che ci dice seriamente le cose come stanno.

Adesso è un po’ fuori moda ma prima c’era il virologo sul Tg3 alle 19 che diceva la sua, alle 19,30 il Tg regionale aveva il suo che diceva l’opposto, alle 20 i grandi telegiornali dicevano l’opposto dell’opposto e poi c’erano i talk show in cui scienziati di tutte le razze raccontavano ciascuno la propria verità e questo ha confuso tutti e portato ancora più rabbia e poi, come dicevo, la disillusione: ‘tanto non ce la raccontano’.

Io di mestiere faccio l’insegnante che è il più meraviglioso del mondo, con tante difficoltà e caratteristiche ma in cui l’importante è l’esempio. Se tu vai in classe e dici le cose più belle e poi stai a casa appena puoi, lavori poco e gli studenti percepiscono che in fondo non ti interessa tanto, sei morto. Questo vale per gli insegnanti, ma anche per chi ci governa.

Con i giovani ritorniamo all’inizio, è vero che sono più sensibili ai temi legati alla qualità della vita del singolo e della società?

I giovani sono sensibili a quello che li emoziona. Quello che ho visto io è non tanto una grande consapevolezza sui macro scenari, ma che ne sono spaventati e hanno cambiato un po’ le loro abitudini. Una banale: usare la borraccia di alluminio invece delle bottiglie di plastica non risolve il problema di centinaia di milioni di miliardi di bottiglie di plastica che la Cina butta nell’oceano, ma fa fare un passo in avanti ai nostri studenti.

Il 24 settembre ci sarà lo sciopero del clima (su giovani e ambiente leggi anche qui, ndr), io spero che gli studenti tornino in piazza. Loro non ci dicono come cambiare le cose, un ragazzo di 17 anni non ha in mente come si amministra un paese o una città, ma ci dicono ascoltate gli scienziati.

La risposta, poi, gliela dobbiamo dare noi. Il compito nostro è quello.

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