Pupi Avati

Pupi Avati, riapriranno i cinema e sarà come danzare dopo la guerra

Icona del cinema italiano e sostenitore attivo della cultura del nostro paese, Pupi Avati condivide le sue riflessioni relative alla pandemia così come al futuro della settima arte, grazie alla quale abbiamo potuto intrattenerci e sentirci meno soli durante questo delicato periodo di isolamento, godendo di un archivio costruito negli anni che però, nell’ottica di un’imminente ripresa, ha un disperato bisogno di novità e speranza per tutti i professionisti che lavorano in questo campo.  

L’industria cinematografica è stata molto colpita dalla crisi economica causata dalla pandemia, considerando che al momento quasi tutte le produzioni sono sospese. In qualità di regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, come sta vivendo questo momento?

Lo sto vivendo nella frustrazione più totale, per una serie di ragioni. Già prima del Coronavirus la situazione dell’imprenditoria cinematografica italiana era complicatissima perché, fatti salvi alcuni e pochissimi titoli, la maggior parte dei film italiani purtroppo incontrava grandissime difficoltà nel loro rapporto con la sala cinematografica, per cui le società nazionali, anche quelle più radicate, avevano molti problemi di continuità e sopravvivenza. Nel nostro caso, si è venuta ad aggiungere la pandemia proprio nel momento in cui stavamo per iniziare le riprese di un film con già le costruzioni avviate a Cinecittà per cominciare a girare il 23 marzo e naturalmente è stato tutto annullato. Noi, come casa di produzione, abbiamo l’ufficio chiuso. Gli impiegati dovrebbero essere in cassa integrazione ma in realtà non la stanno percependo, quindi siamo noi a dover supplire. Sento parlare di centinaia di miliardi, migliaia di miliardi, in continuazione, parla il Ministro delle Finanze e il Presidente del Consiglio, ma in verità non abbiamo visto niente. Non c’è stato offerto un euro per la sopravvivenza. 
Penso che moltissime delle società di produzione faranno una grandissima fatica a riaprire ed essere ricostituite nella condizione di ricominciare. Questo tempo sospeso, di inattività, porterà a tutti quelli del settore una difficoltà quasi pari a quella del settore turistico.

Diamo spazio alla competenza per pensare al cinema post-covid

Dentro alla Fase 2.  Secondo lei quale sarà la “nuova normalità” per il mondo del cinema e con che modalità si riprenderà a girare? 

È evidente che il cinema non si può fare con le mascherine. Io sento delle persone totalmente improvvisate avanzare delle proposte di ripresa con un personaggio alla volta sul set. Gli altri personaggi, con o senza mascherina, devono stare a cinque metri di distanza. Si parla di sanificare gli ambienti ogni cinque ore, con un medico sempre presente e tutta la troupe dotata delle tute che generalmente indossano medici e paramedici nelle sale di rianimazione. Ho un’esperienza di troppi anni per poter pensare di fare un film in queste condizioni, quindi vedo la situazione molto grave e non sento nessuna attenzione nei nostri riguardi. 
Anzi, sento che chi parla di questi problemi sono tutte persone che sono al riparo dagli stessi, perché raramente a parlare sono gli imprenditori. Chi occupa i talk show sono quasi sempre delle persone che io definisco parassiti, che parlano, discutono e discettano di queste tematiche, potendo godere dei vantaggi e vitalizi di cui tutti sappiamo. Non so perché non ci si decide a cambiare il contesto e smetterla di dare spazio ai soliti noti, in favore di chi veramente avrebbe le competenze per parlare oppure esperienze rilevanti da condividere. Purtroppo, siamo tutti spettatori passivi di finti dibattiti e finti alterchi, che a ben vedere nulla hanno di utile.

Riguardo a quello che si vede in tv, che cosa ne pensa del tipo d’informazione promossa dai telegiornali o della comunicazione degli spot pubblicitari in onda in questo periodo?

Riguardo le pubblicità ho poco da dire, non avendo elementi sufficienti per contestarle o approvarle. Per il resto, è stata giustamente una comunicazione confusa. Finalmente, per la prima volta, si è sentito dire “non so cos’è”. Finalmente, ribadisco, ho sentito qualcuno ammettere la propria ignoranza. Di fronte a questo nemico misterioso, invisibile, che ha occupato le nostre strade, le nostre piazze, i nostri cinematografi, abbiamo dimostrato il nostro enorme limite. La scienza, per quanto ammirevole ed encomiabile, nonostante i progressi degli ultimi decenni, è ancora lontana dall’abbattere i limiti che inevitabilmente continuiamo ad avere. Questi limiti sono stati iconograficamente sintetizzati da quel Papa da solo in mezzo alla famosa piazza, claudicante e affannato, con tutta la fatica di una persona anziana e stanca, che disperatamente invocava un Dio. E qui cito Heidegger, perché è proprio il caso di dirlo: solo un Dio ci può salvare. 

Il film che stava per girare prima che iniziasse il lockdown è la biografia di Dante Alighieri che tutti stiamo aspettando?

No, si tratta di un film basato sui 65 anni di matrimonio dei genitori di Vittorio ed Elisabetta Sgarbi, tratto dal libro “Lei mi parla ancora” di Giuseppe Sgarbi. Il progetto sulla vita di Dante Alighieri dovrebbe essere realizzato entro fine anno, ma vista la situazione non è chiaro come si potrà procedere. Speriamo di partire al più presto, considerando che il prossimo anno sarà l’anniversario dei 700 anni della sua morte e peraltro si tratta di una sceneggiatura alla quale sto lavorando da 18 anni. La prima lettera d’impegno da parte della Rai risale, infatti, a 18 anni fa. 

La Rai, la cultura e la dolorosa pagella Auditel

Ha lanciato recentemente un appello alla Rai con una lettera firmata da oltre 150 professionisti per invitare la tv di stato a fare ‘più cultura’. Secondo lei c’è stato un reale cambiamento in termini di contenuti offerti nell’ultimo periodo?

Il Presidente della Rai, in modo molto corretto, ha mostrato di aver dato ascolto alla nostra proposta, pur comunicandoci i limiti ai quali la televisione è purtroppo sottomessa, che sono quelli dovuti all’Auditel, a quel che io chiamo il ricatto pubblicitario. Purtroppo, tutti i palinsesti sono ormai gestiti non dai funzionari di rete ma dagli inserzionisti pubblicitari. Ecco perché stiamo subendo una qualità di programmazione sempre più scadente. La mia proposta, che è ancora in piedi, è quella di sottrarre alla pubblicità una delle tre reti generaliste, magari la più debole, in modo da farla diventare una rete esclusivamente culturale com’era agli inizi, come quando fu inventata e immaginata, dedicandola soltanto a programmi che rispondono a quello che è l’obbligo e il dovere del servizio pubblico, ovvero quello di arricchire culturalmente il paese senza tenere più conto di quella pagella dolorosa che è l’Auditel.

La valutazione prettamente numerica delle proposte di carattere artistico-culturale, o che pretenderebbero di essere tali, è una valutazione sbagliata. Lei si immagini se avessi sposato mia moglie grazie a una valutazione numerica! 

E gli altri mezzi d’informazione e intrattenimento come la stampa e il digitale? Quale potrebbe e dovrebbe essere il loro contributo al fine di accrescere la proposta culturale?

Il cartaceo è ormai obsoleto. Io non compro un giornale da non so più quanti anni. Pensi, non lo compro nemmeno se c’è una mia intervista! Me la faccio mandare via mail. Il digitale è senz’altro il nostro presente e il futuro al quale abbiamo il dovere di adeguarci. Si tratta solo di fare in modo che l’offerta di contenuti sia congrua a ciò di cui parlavamo poco fa, riferendoci alla televisione.

Che messaggio si sente di dare a tutti coloro che lavorano nel mondo dello spettacolo (mi riferisco ad attori, sceneggiatori, maestranze) e che attualmente lamentano un vero momento di difficoltà?

Penso che il prodotto artistico possa essere fruito con modalità alternative

In pochi sanno che in Italia abbiamo delle meravigliose arene estive che potrebbero essere riaperte già con la bella stagione, naturalmente con una gestione differente degli accessi, per esempio posizionando uno spettatore ogni due posti, insomma trovando delle formule attraverso le quali il contatto sia limitato, in modo da riprendere l’attività. Invito tutti i professionisti del settore a non perdere le speranze, considerando che il prodotto filmico, anche attraverso piattaforme come quella digitale e televisiva, potrà e dovrà sopravvivere in quanto elemento principe dell’intrattenimento. 

Molti registi si stanno muovendo per costruire documentari montati sulla base di registrazioni homemade che raccontano l’esperienza italiana di questa quarantena. Che cosa ne pensa? Crede di voler trattare il tema anche lei in uno dei suoi prossimi film?

Queste produzioni vanno più che bene e sono sacrosante al fine di documentare questo momento, purtroppo però se ne possono fare due o tre al massimo e l’industria cinematografica non risorgerà certo basandosi solamente su queste iniziative. Il cinema ha bisogno di tornare in attività nel modo più pieno e concreto, anche perché sono convinto che il pubblico cinematografico potenzialmente aumenterà nel momento in cui si riapriranno le sale cinematografiche.

Facendo cinema da tanti anni, ci sono stati altri eventi storici prima di questo che hanno influenzato la sua produzione artistica? 

Avendo più di ottant’anni, l’unico momento che ricordo come altrettanto impattante è la guerra. Ero bambino piccolissimo ed ho in mente un’immagine sola a rappresentanza dei giorni della liberazione: a Bologna ogni cortile era una sala da ballo, che ci fosse un giradischi, una fisarmonica o qualunque altro strumento. Si ballava ovunque ed è un’immagine bellissima alla quale mi piace pensare nell’ottica della riapertura dei cinema dopo questa pandemia.

Andiamo verso la conclusione con una domanda provocatoria: crede che questa pandemia ci lascerà con una consapevolezza diversa e forse uno sguardo umano più profondo? 

Per le persone che ostinatamente continuano a comportarsi come prima, e ce ne sono purtroppo, non cambierà granché. Proprio perché queste persone si trovano in una posizione per la quale sono stati preservati dalla tragedia. Ma la maggior parte delle persone che hanno patito questa condizione e che hanno vissuto dolori inenarrabili, vedendo i loro cari scomparire del tutto nel modo più tremendo, non potendo neppure accomiatarsi con loro, penso che resteranno segnate da questa situazione e quindi con una consapevolezza maggiore ed una capacità, almeno per i primi tempi, di apprezzare molto di più quello che avevamo e abbiamo perduto. 

E lei, che cosa si porta a casa da questa esperienza? 

Io mi porto a casa questa sensazione di grandissimo limite. Non pensavo che fossimo così ignoranti!

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