Riflessiva/Mente: Silvia

La liberazione di Silvia Romano è uno dei temi caldi di questi giorni, forse il primo, da mesi, che ci distolga davvero dalla vicenda epidemica. Non solo per la notizia, già straordinaria in sé, ma anche per le conseguenze e la risonanza enorme che ha avuto.

Devo confessare che nell’anno e mezzo della sua scomparsa le mie speranze per lei sono andate affievolendosi. Negli ultimi mesi mi è capitato di pensare che potesse essere morta o che comunque non la avremmo mai più rivista. Questo pensiero mi provocava una sottile angoscia e così, lo ammetto, quando mi imbattevo nei post che la ricordavano, con le sue foto dai grandi sorrisi, mi sentivo a disagio e mi affrettavo a scorrere via passando alla notizia successiva. Me ne vergogno un po’ ma non penso di essere stata la sola.

La sua riapparizione mi ha suscitato grande stupore, un senso di sollievo e poi, soprattutto, gioia pura.

La gioia spero non abbia bisogno di essere spiegata.

Lo stupore può avere diverse origini. 

Era un caso di cui i media e gli organismi istituzionali non parlavano da tempo. La liberazione ha richiesto l’impiego dell’Intelligence italiana e di altri paesi e, immagino, delicate e complesse operazioni di spionaggio, indagine e negoziazione. Operazioni che si svolgono nell’ombra, lontano dai riflettori ma anche dallo sguardo della gente comune che mediamente ignora questo complesso e ramificato mondo sommerso che lavora incessantemente a nostra insaputa. Del resto i Servizi Segreti si chiamano così perché tali devono essere per definizione e necessità.

Silvia al suo arrivo, nelle immagini trasmesse e ritrasmesse in modo ossessivo da tutti i canali di informazione e diffusione, è apparsa (e sottolineo apparsa) sorridente, si sarebbe quasi potuto definirla serena se non si fosse saputo da cosa veniva. Nessun pianto scomposto, nessuna dichiarazione di rabbia, nessuna promessa di vendetta, nessuna manifestazione di disperazione. Non abbiamo visto il dramma, quello che tutti si aspettavano, quello che siamo abituati a vedere attraverso gli schermi, a cui ci ha assuefatti la televisione degli ultimi 20 anni: la pornografia delle emozioni, la continua esposizione pubblica di ciò che dovrebbe essere per definizione intimo e privato e che così finisce per svuotarsi di senso e valore.

Per finire, la conversione. Silvia dichiara di essere musulmana e di aver cambiato nome. Il patto con il rapitore, l’alleanza con il nemico, il cambio di barricata. Quasi non si capisse più se è è una di noi o una di loro.

Questo, sopra ogni cosa, deve aver scosso le italiche genti.

Forse questi sono i motivi che hanno scatenato un bisogno di trovare spiegazioni, di costruire congetture, di formulare teorie o emettere condanne; per trovare un senso, per far quadrare i conti dentro le menti un po’ miopi che non sopportano di vedere ciò che non comprendono, ciò che non rientra nei propri schemi. Si è svelata tutta la diffusa incapacità di tollerare incongruenza e incertezza. 

Tanto è bastato per fare di Silvia un vessillo adattabile a qualunque tipo di protesta e opinione. Se ne sono sentite di tutti i colori.

Silvia è diventata l’emblema dello sperpero di denaro da parte del Governo che poi non ha risorse per pagare tamponi o sostenere l’economia in crisi; è stata presa a bersaglio per attaccare l’Islam e tutto ciò che rappresenta; si è sospettato che l’abito informe che aveva addosso nascondesse una gravidanza, con chissà quali conseguenti fantasie pruriginose sulle attività sessuali, consenzienti o meno, che questa poteva evocare. È stata presa ad esempio per criticare una generazione di giovani considerati sprovveduti, delle cui avventatezze fanno le spese i bravi cittadini che se ne stanno a casa loro. È stata l’occasione anche per attaccare le Organizzazioni Non Governative e gli Enti di cooperazione internazionale. Naturalmente ha anche rappresentato l’imperdibile occasione per riattizzare la solita immancabile faida politica. È stata definita ingrata e molte altre cose ancora che non vale la pena di riportare.

Ritengo che tutto ciò non meriti nemmeno di essere commentato. 

Non sono mancati però, purtroppo, anche commenti, altrettanto convinti e urlati, di chi ha voluto contrattaccare.

Allora Silvia è diventata la vittima dell’esecrabile sessismo diffuso da parte di chi vuole difendere la parità di diritti tra i generi (se fosse stato un uomo tutto questo non sarebbe successo) e anche dello stigma religioso per quelli che difendono la libertà di culto e di conversione. 

Io non lo so. Non lo so.

Non so come sta Silvia. Non so se la sua conversione sia stata frutto di libera scelta, di coercizione o di condizionamento.

Non so, e non oso nemmeno immaginare, come abbia vissuto tutti quei giorni, ben 18 mesi, di prigionia. Magari ha trovato davvero un ambiente vivibile a cui si è saputa adattare.

In ogni caso Silvia è stata rapita, è stata tenuta segregata, privata della sua libertà, allontanata per un tempo lunghissimo dalla sua famiglia, dai suoi affetti, dal suo Paese e dalla sua vita. 

Non so, e nessuno può sapere, come abbia vissuto, cosa abbia provato, quali pensieri abbia avuto in questi 536 giorni.

Non possiamo nemmeno lontanamente immaginare la portata traumatica di ciò che ha attraversato né avere un’idea di quali risorse abbia dovuto attivare e quali strategie sia riuscita a escogitare per sopravvivere, sia concretamente che psichicamente. Se la sua vita è salva non è detto che lo sia la sua integrità psicologica. Ma non lo sappiamo.

Cosa le è successo e come stia ora lo potremo sapere solo in futuro, forse.

Quando Silvia avrà trovato il tempo e la calma, ma soprattutto il coraggio, per guardarsi indietro e provare a comprendere l’esperienza che ha vissuto. Ci vorrà tempo, e anche molto. Ci vorrà probabilmente l’aiuto di persone esperte e competenti che la accompagnino, se vorrà, lungo la difficile strada della rielaborazione. 

Di fronte a tutto ciò quello che possiamo fare è tacere.

Silvia merita il nostro rispetto e il nostro silenzio.