Terme Stufe di Nerone, un turismo sostenibile parte dal territorio

Ester Colutta

Si riuniscono una volta alla settimana, si confrontano, discutono, litigano, escono da ogni incontro a decisione unanime presa. Sono i sei soci di Terme Stufe di Nerone, un antico centro termale risalente ad epoca romana situato nei Campi Flegrei, un’impresa a conduzione familiare giunta alla terza generazione. 
“Parliamo sempre tra di noi – afferma la titolare Ester Colutta – quando si compie una scelta, gli altri la accettano come se fosse loro. La comunicazione è fondamentale, se mancasse non potrebbe esistere un’attività imprenditoriale comune, sarebbe impossibile”. Con rispetto degli spazi e del territorio, la proposta di Terme Stufe di Nerone, centro dedicato alla salute e al benessere, si è rinnovata a seguito di questi mesi di pandemia. Il luogo fedele a se stesso e ai suoi antenati ha risposto alle esigenze della storia: un’evoluzione a cui il management ha dovuto far fronte con flessibilità e fiducia. 

Terme Stufe di Nerone è un centro termale romano che si trova tra Bacoli e Pozzuoli. Come si è evoluto il turismo termale negli ultimi anni? 

Siamo l’unico impianto termale autorizzato nei Campi Flegrei. I nostri partner più vicini sono a Ischia, le altre terme flegree sono inattive in questo momento. Stiamo cercando attraverso diverse associazioni, come quella degli albergatori dei Campi Flegrei, di far arrivare in zona un turismo sostenibile, adatto alla nostra struttura e alla nostra visione. Quello di cui vivono le nostre terme è un turismo di vicinato, gli stranieri arrivano a coprire il 10% della clientela totale. Nei comuni limitrofi ci sono poche strutture ricettive pronte ad accogliere un turismo di qualità, ma ci stiamo lavorando. 

Proporre un’offerta integrata al territorio. Quanto conta fare rete? 

È indispensabile per crescere e proporsi. Penso che al momento manchi una reale volontà imprenditoriale di fare rete. Molti coltivano il proprio orticello senza guardare oltre. Negli anni siamo stati disponibili a unirci con diverse associazioni, comitati e imprenditori. Ultimamente abbiamo partecipato come sostenitori alla promozione della piscina Mirabilis e ogni iniziativa è per noi occasione di promozione del territorio. Vogliamo essere presenti e propositivi. Per noi è fondamentale: non possiamo prendere le terme e spostarle altrove. Il rispetto dell’ambiente è premessa necessaria. Tutto ciò che è inquinamento, traffico e confusione va in conflitto con la visione della nostra azienda. 

Come si fa a valorizzare una cultura del turismo sostenibile?

Occorre pensare a un turismo di qualità e non di massa, rivolgersi a persone realmente interessate all’offerta. In questo territorio la proposta si compone di archeologia, benessere, enogastronomia. Sappiamo che mancano le infrastrutture e che i collegamenti con i mezzi di trasporto pubblici per arrivare al centro termale sono pressoché inesistenti. Vogliamo consentire alle persone una mobilità sostenibile, per cui abbiamo reso disponibili gratuitamente, per esempio, le palette per la ricarica delle macchine elettriche. Vogliamo realizzare una rete di macchine e bici elettriche che consentano alle persone di spostarsi, stiamo cercando di interessare il parco archeologico dei Campi Flegrei e i vari comuni della zona.

Che cosa è accaduto con la pandemia? Come vi siete dovuti riadattare?

Abbiamo dovuto riscrivere tutti i protocolli aziendali. Tutto ciò che funzionava in un modo, adesso deve procedere differentemente. La nostra fortuna è che l’azienda conta molti spazi all’aperto e questo ci consente di avere un numero di utenza potenziale piuttosto alto. Abbiamo riaperto il 18 maggio con i LEA una parte dell’impianto (Livelli Essenziali di Assistenza ndr), potevamo offrire solo cure specifiche quali quelle per l’artrosi. L’ordinanza regionale del 26 maggio ci ha consentito l’apertura delle piscine termali e di quasi tutto l’impianto, sono vietate l’antroterapia e l’aerosol a getto di vapore. Dobbiamo comunque mantenere il distanziamento tra i clienti e assicurare un ingresso contingentato. Abbiamo realizzato un sistema di QR code in modo tale che ciascuna persona si possa registrare sul lettino per far sì che il sistema crei un elenco di tutti i presenti, laddove si segnalasse la presenza di un eventuale caso Covid, ricercando gli individui che ne sono stati a contatto.  Per quanto riguarda i massaggi il protocollo non è cambiato moltissimo, perché eravamo già attenti all’igiene e alla disinfezione delle sale, gli operatori mentre sono in servizio devono adesso indossare mascherina e visiera. Pure al bar – ristorante abbiamo inserito il servizio ai tavoli, prima avevamo una tavola calda. Dobbiamo tenere conto di un numero massimo di clienti che possiamo raggiungere, ma non l’abbiamo toccato, perché vogliamo provare i protocolli. Abbiamo iniziato un po’ alla volta per poterci consentire di revisionare il protocollo di ogni settore in corso d’opera.

Quali sono le risorse a cui come manager ha dovuto attingere in questo periodo?

Penso la flessibilità. Il sapersi reinventare, cambiando il modo di agire e reagire alle cose. Essendo stati sempre abituati a dover gestire l’azienda in un certo modo, a un certo punto ci siamo trovati di fronte a delle scelte da dover prendere e a cambiare strada. Un nuovo modo di vivere e di gestire tutto. Anche noi che siamo della dirigenza ci siamo trovati a dover assolvere mansioni che prima non avevamo, e ad assumere ruoli mai ricoperti. In prima persona adesso mi occupo anche della ristorazione, perché avendo dovuto cambiare tutti i protocolli c’è da riscrivere e reinventare tutto, a partire dal cuoco che deve cucinare in maniera differente fino ad arrivare al cameriere che deve rispettare nuove regole nel servire. Mi sono ritrovata a sperimentarmi in questo ambito.

Come si è relazionata alla forza interna dell’azienda durante il periodo di pandemia? 

Terme Stufe di Nerone conta 54 dipendenti. Sono andati in cassa integrazione quasi tutti, abbiamo lasciato lavorare solo gli addetti alla manutenzione dopo aver informato la prefettura. La nostra attività è a ciclo continuo: spegnere pozzi e serbatoi per 3 mesi sarebbe stato deleterio. Abbiamo approfittato di questo periodo di pandemia per portare a termine dei lavori che sarebbe stato impossibile realizzare con impianto funzionante. Ad esempio abbiamo rifatto l’impianto elettrico della zona termale. Abbiamo deciso di anticipare la cassa integrazione ai nostri dipendenti, hanno ricevuto cioè lo stipendio nei tempi debiti, abbiamo poi da poco ottenuto un credito d’imposta per la cassa integrazione già versata. Questa iniziativa ci è costata parecchio, ma abbiamo garantito alle persone che lavorano con noi di avere la retribuzione nei mesi di lockdown. Molti dei nostri dipendenti sono con noi da 20 anni, alcuni ci telefonavano piangendo, qualcuno si è addirittura presentato a lavoro in piena emergenza. Abbiamo avuto dimostrazioni di affetto e disponibilità. Ad esempio Sergio (dice indicando l’uomo dietro il bancone ndr) è barista, ma nel periodo di emergenza Covid si è messo in gioco e ci ha aiutato nei lavori facendo altro. 

Poco prima di Covid-19 avevate aderito a un programma europeo per evidenziare gli effetti benefici del movimento sugli anziani. Ce lo racconta?

Quel programma era in partnership con un’azienda svizzera che doveva fornire dispositivi elettronici per monitorare lo stato di salute delle persone, purtroppo a seguito della pandemia è stato cancellato. Adesso a prescindere dalla ricerca abbiamo ricominciato questo percorso. Per chi dei nostri clienti si prenota offriamo corsi collettivi gratuiti in piscina con la fisioterapista.

Benessere e sicurezza nella terra del mito. Come proporre l’offerta anche all’estero? 

Tutto l’incoming nei Campi Flegrei è blindato da una carenza di posti letto nella zona. Andarsi a vendere all’estero è complicato. Cina e Russia sono mercati interessanti. Anche gli arabi sono potenziali clienti a cui rivolgere la nostra offerta, ma difficili da accogliere, perché le strutture che abbiamo non sono adatte a una separazione tra maschi e femmine e probabilmente non corrispondono al livello di lusso richiesto. 

Imprenditrice donna al Sud Italia. Quali sono le difficoltà e quali le risorse di questa condizione?

Credo si tratti di una difficoltà comune a molte donne: riuscire a mettere insieme lavoro e famiglia. Per fortuna i miei figli sono ormai grandi, ma quando erano piccoli il problema era quello di dover necessariamente appoggiarmi a qualcuno che mi aiutasse. Per quanto riguarda la risorse penso che noi donne siamo più dinamiche nell’approccio al lavoro e nel prendere decisioni ascoltiamo più la pancia.  

Come si sta in un’impresa a conduzione familiare facendo parte della famiglia e gestendo l’azienda? 

Spesso si confonde la famiglia con l’azienda. Questo è uno dei pericoli maggiori. Si vive 24 ore al giorno nell’azienda e per l’azienda, si considerano i dipendenti come se fossero fratelli figli e cugini. Si pensa a questo tavolino come fosse una cosa fondamentale. Bisognerebbe separare, ma non è facile.