Alessandro Sansoni
Alessandro Sansoni

In democrazia non c’è informazione senza pluralismo

Il dado è tratto. In un momento storico di profonda trasformazione come quello che la nostra società sta attraversando, il tema di un giornalismo di qualità si rende urgente e necessario. Che se ne parli seduti nei salotti dei talk show, o la si invochi dai palchi delle piazze, l’informazione libera e plurale è espressione di uno Stato di diritto e termometro della democrazia. 

“La narrazione mainstream da oltre un anno e mezzo a questa parte ha dimostrato di avere un potenziale straordinario. Funziona benissimo nella sua capacità di imporre un discorso pubblico, non altrettanto nel creare un pensiero critico”.  Alessandro Sansoni, consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti affronta l’argomento, andando a raccontare nelle sue parole responsabilità e fatti: “L’informazione deve avere degli imprenditori che la mettano in campo. Se in Italia oggi per fare editoria mancano gli investitori e ciò che sopravvive è legato ai contributi pubblici, il dibattito inevitabilmente ne risulta impoverito. A essere investiti da questo discorso sono i cittadini: se non esiste un lettorato che in qualche modo supporti un’iniziativa editoriale e dia a essa la possibilità di sostenersi indipendentemente dal contributo pubblico è chiaro che bisogna adeguarsi”.

La parola ‘comunicare’ ha nel suo originario significato quello di ‘mettere in comune’. In questi anni e ancor più in questi mesi spesso la comunicazione ha perso quest’accezione, puntando invece a categorizzazioni che hanno banalizzato la complessità della realtà. Qual è il rischio che si corre in una polarizzazione di ciò che viene comunicato, e quindi vissuto? 

C’è sempre stata una tendenza a polarizzare la comunicazione soprattutto per creare una dinamica amico/nemico che consenta di aggregare chi la pensa in un determinato modo e quindi di fare massa critica. Ciò impone necessariamente l’individuazione di qualcuno che è altro da te e che viene visto come il ‘negativo’ da contrastare. Questo meccanismo consente anche di definire un’identità. Non è un fenomeno nuovo. 

Ciò che è accaduto più recentemente è un eccesso di semplificazione del discorso pubblico soprattutto a causa degli strumenti attraverso cui esso si manifesta e viene concretizzato. 

Già la televisione negli ultimi 25 anni ha notevolmente acuito quest’aspetto polarizzante del discorso sociale. Pensiamo ai talk show, a come si sono sviluppati nella seconda Repubblica – da Porta a Porta a Ballarò a Samarcanda – un modo nuovo di fare la televisione che ha caratterizzato gli anni ‘90 e che si è consolidato ulteriormente con gli inizi del nuovo millennio. Si tratta di intendere il dibattito sul discorso pubblico secondo l’idea che esista un contrasto permanente tra due visioni del mondo antitetiche, mettendo da parte la complessità dell’argomentazione e del confronto e l’individuazione di un punto di incontro. Alla fine del primo decennio degli anni 2000 sono sopraggiunti i social, attraverso cui si è teso a costruire una sorta di comfort zone, in cui per l’algoritmo che agisce in seno alle piattaforme, ci si ritrova incasellati in un determinato contesto, che fa apparire la realtà proprio così come la si immagina e la si rappresenta. Anche questo rende complicato un confronto articolato. 

L’informazione attraverso i social network

I social network categorizzano e tecnicizzano la comunicazione sociale e la nostra stessa esistenza. In quanto algoritmi non possono mai superare un dato costitutivo, cioè la necessità di matematizzare e geometrizzare la realtà e quindi anche schematizzarla. 

Dal punto di vista dell’interazione sociale si creano grandi bolle comunicative e la tecnologia rende questa opposizione più ampia e forte. 

Come si evita tutto questo? 

È abbastanza complicato, nella misura in cui è lo stesso prodotto che favorisce fazioni, perché ha bisogno di governarla attraverso una procedura tecnica che è l’algoritmo. Il tentativo è di educare all’utilizzo dei nuovi media. Lo si dovrebbe fare con la scuola, nell’interazione sociale, in famiglia, ma se tutto il nostro vissuto finisce per essere all’interno di un telefonino o su uno schermo di un computer, è evidente che quella costruzione antecedente divenga impossibile. 

Secondo lei anche l’informazione giornalistica si è adeguata a un linguaggio divisivo?

È ipocrita da parte del mondo del giornalismo avere la pretesa di limitarsi a raccontare i fatti. Non esiste un’informazione del genere, non è mai esistita, nemmeno nell’800. Il giornalismo nasce da una lettura dei fatti, fosse anche il racconto senza il commento. La selezione degli eventi da raccontare determina una visione del mondo e della vita. 

Il punto è che a questa deontologia che vorrebbe il giornalismo asettico, non si riesce a proporne una che imponga al professionista dell’informazione di dichiarare in anticipo quale sia il proprio pensiero. 

Weber, quando si riferisce al giornalismo come professione, definisce corretto quello che esplicita a monte il proprio modo di vedere i fatti, e poi con la forza degli argomenti cerca di farlo risultare vincente. 

Invece?

Tutto questo oggi non avviene. Si assiste all’ipocrisia del giornalista che si propone come interprete asettico della realtà, non condizionato dalle proprie idee e che al contempo aderisce a un discorso dominante o alle indicazioni dell’editore. Questo è perdente rispetto alla forza del giornalismo di incidere sulla realtà, non a caso i giornali vincenti oggi sono quelli che non mascherano le proprie posizioni di principio, penso ad esempio a Il fatto quotidiano, La verità o anche Libero. Sono giornali che conservano una capacità di vendita o addirittura in qualche caso la aumentano, proprio perché in qualche modo squarciano il velo di ipocrisia che la maggior parte dei media mantiene. Credo sia questo il modo migliore per uscire da una polarizzazione che esaspera gli animi: dire chiaramente qual è l’assunto da cui si parte. Se si fa un’informazione che si pretende oggettiva e che evidentemente non lo è, si determina una mancanza di rispetto nei confronti di tutti gli operatori dell’informazione. 

C’è, in una parte della popolazione, diffidenza nei confronti dei media. Qual è il rischio che si corre?

Nel voler dare per oggettivo un discorso che invece magari è orientato, anche solo dal senso comune che si respira in determinati ambienti, 

si tende a dimenticare un valore imprescindibile dell’informazione in un Paese democratico: il pluralismo. 

Se manca, c’è una parte di popolazione che non si sente rappresentata all’interno del discorso pubblico e che non viene legittimata in quelle che sono le proprie idee e posizioni. La conseguenza è che le persone cercano informazione in canali che non sono verificabili fino in fondo per qualità. 

Quali sono stati, se ci sono stati, gli errori che l’informazione mainstream ha commesso riguardo la narrazione pandemica?

L’informazione deve essere, come si diceva un tempo, il cane da guardia del sistema, cercando di sviluppare un senso critico nell’opinione pubblica, o deve limitarsi a supportare il discorso dominante? Nel secondo caso diventa un po’meno informazione e un po’ più propaganda. Penso che il mainstream abbia dimostrato uno straordinario potenziale di capacità pervasiva all’interno della società nel determinare suggestioni, entusiasmi, paure e posizioni date per assodate, quasi assolute, e invece una scarsa capacità di realizzare un discorso critico. Aggiungo però che non mi sembra che i media non mainstream, e in particolare le grandi piattaforme editoriali sui social network, stiano dimostrando di essere luoghi più liberi. Faccio un esempio, abbiamo visto che nel mondo dei social network persino il presidente degli Stati Uniti d’America può essere ipso facto bannato e censurato. 

In questo periodo si è fatto appello alla ‘responsabilità’ delle persone. Qual è invece la responsabilità dell’informazione anche da un punto di vista etico? 

È evidente che se la responsabilità civile, che è intrinseca al lavoro dell’operatore dell’informazione, diventa il condizionamento rispetto a dei comportamenti, piuttosto che alla verifica dei fatti che vengono raccontati, il problema c’è. Riguardo alla narrazione di questi mesi, oltre a una pandemia c’è stata una infodemia, che ha cavalcato una serie di paure. Questo lo si nota anche nella fase attuale. In tutti i paesi dell’Unione Europea c’è stato un dibattito molto articolato sul tema dell’opportunità di introdurre uno strumento come il green pass, che di fatto in nessun Paese è applicato come in Italia. Nella maggior parte dei Paesi europei addirittura non abbiamo il green pass, o meglio, abbiamo semplicemente l’uso del documento come era stato in origine previsto dall’Unione Europea e che serviva per semplificare la mobilità fra i vari Paesi che la compongono. Persino in Francia, in cui questa estate si è introdotto il green pass per l’accesso ai luoghi di socialità, abbiamo dei passi indietro molto significativi. In Francia, infatti, una parte dell’informazione mainstream, penso ad esempio a un organo come France Soir (https://www.francesoir.fr) che è il terzo giornale francese per importanza, ha ospitato una dialettica, che invece nel nostro Paese non c’è stata. 

In un quadro come quello attuale, perché si fatica a proporre un’informazione realmente pluralista? 

Mi spingo oltre la necessità di un’informazione scientifica divulgativa sul tema dei trattamenti sanitari obbligatori articolata e non solo incentrata sul lato emozionale e sull’adesione alla narrativa del Governo e degli organismi che lo supportano. Il tema vero è che manca la possibilità su temi, non solo scientifici, ma squisitamente politico e giuridici di poter predisporre di una lettura critica del Governo su base comparativa rispetto a quello che è stato deciso e fatto altrove. Questo significa che l’informazione italiana, anche e soprattutto dal punto di vista della qualità degli editori, è oggi talmente impoverita da doversi per forza di cose lasciarsi condizionare dal discorso dominante orientato dal Governo. Manca la capacità di sviluppare da parte degli imprenditori e delle classi dirigenti economiche del nostro Paese un’attenzione verso la costruzione del discorso pubblico che li spinga a investire nel mondo dell’editoria. Al di là della deontologia dei singoli giornalisti, a monte l’Italia è un Paese dove non si ha pluralismo informativo perché la società si sta depauperando ed è talmente impaurita, persino nelle sue classi dirigenti economiche, che l’unica soluzione plausibile sembra essere quella di aderire al discorso del Governo. 

Crede non si stimoli adeguatamente lo spirito critico delle persone? 

Lo spirito critico del cittadino è un’astrazione. Il tentativo di raccontare interessi legittimi da parte di chi ha coinvolgimenti politici ed economici è un dato concreto. Occorre puntare sull’esistenza di soggetti individuali e collettivi che ritengano utile un’opinione pubblica formata, e che in qualche modo si lasci aggregare, per raccontare la propria visione del mondo e per promuovere i propri interessi legittimi. Questo in Italia manca e rende il nostro Paese vulnerabile. Evidentemente non abbiamo una popolazione sufficientemente disponibile a ritenere che cultura, informazione e giornalismo siano un valore. Probabilmente c’è qualcuno che negli ultimi 30 anni ha contribuito a impoverire culturalmente il nostro Paese, pensando che addomesticarlo fosse preferibile. 

Quale ruolo hanno e continuano ad avere i toni e le espressioni usate da politici prima, e sul loro esempio, da virologi e affini oggi, sulle relazioni che si creano tra le persone?

In Italia è avvenuto qualcosa di inaudito. Senza entrare nel merito dell’impegno di voler vaccinare possibilmente il 100% della popolazione, uno Stato che voglia raggiungere questo obiettivo perché lo ritiene imprescindibile per uscire finalmente dalla pandemia, predispone l’obbligo vaccinale e se ne assume la responsabilità, con tutto quello che questo comporta, e chiude la partita. In Italia non si è voluto percorrere questa strada per varie ragioni, ma si è voluto procedere attraverso quelle che in politologia si chiamano ‘spinte gentili’ secondo un paradigma definito dai politologi americani ‘paternalismo libertario’, per cui un obbligo non lo si impone ma lo si induce surrettiziamente con una serie di strumenti che fanno sì che per vivere non puoi non accettare, nella fattispecie, di vaccinarti.

Questa politica è stata supportata da un discorso pubblico molto aggressivo, che tendeva a scaricare sul corpo sociale anche tutte le contraddizioni e i dubbi che la campagna vaccinale comportava.

Affermazioni del tipo ‘dovremmo togliere le cure a chi non si vaccina’ sono inaccettabili non solo perché violano la deontologia medica e giornalistica, vanno contro il giuramento di Ippocrate e la Costituzione, ma perché intaccano un principio di civiltà fondamentale per l’uomo europeo, e cioè che l’intervento di cura non si nega a nessuno, nemmeno al peggior criminale. Così come è pericoloso dare patenti di moralità civica a chi legittimamente, non essendoci un obbligo di legge, decide di comportarsi in un determinato modo. Si sta imbarbarendo la società. Anche perché tutto questo non si inserisce in un quadro chiaro da un punto di vista normativo, sembra quasi di regredire a uno stato di natura pre-Hobbesiano in cui ogni uomo è lupo dell’altro uomo. 

C’è stata un’evoluzione secondo lei nella narrazione di ciò che stiamo vivendo? 

Lo strumento del green pass è una tale abnormità giuridica dal punto di vista repubblicano e democratico che inevitabilmente se ne parla, ma onestamente non vedo aperture. Perfino una personalità autorevole come lo storico Alessandro Barbero, che con altre centinaia di professori si è esposto contro la tessera verde, ha subito di un linciaggio mediatico senza precedenti. Tutto questo è pericoloso anche perché non è supportato da nessun dispositivo di legge. 

Il discorso pubblico criminalizza, senza che si sia criminali a norma di legge, coloro che la pensano in modo diverso. 

Dove si possono trovare spazi in cui poter accedere a un’informazione libera e plurale? 

Il Paese ancora presenta ampi spazi di possibilità di organizzarsi per chi vuole costruire un discorso alternativo. L’importante è farlo con giudizio, bisogna studiare, comportarsi da persone per bene e avere argomenti solidi da portare alla attenzione della pubblica opinione. Tra coloro che ritengono utile e necessario un altro modo di vedere il mondo è doveroso ci sia un’assunzione di responsabilità, per cui si decida di investire nella cultura. Gli spazi ci sono, il punto è capire se c’è la volontà di offrire un impegno concreto. 

Coprifuoco, guerra, lasciapassare: la pandemia è stata descritta con termini mutuati da un linguaggio bellico…

Parlare di ‘guerra al virus’ è già un modo di costruire un paradigma attraverso cui si interpreta la realtà, come essere in guerra e magari chi pone dubbi è un disertore. Il problema è che in una guerra si ha un nemico contro il quale combattere. Se il nemico è invisibile, è dappertutto, non si può porre una perplessità in nessun caso, perché è come se contro questo grande fantasma si volesse dare vita a un altro fantasma. 

Chi conduce la retorica bellicista dice che chi pone dubbi è un complottista e non consente di mantenere la concentrazione per raggiungere l’obiettivo dell’immancabile vittoria. È una retorica pericolosa. 

A febbraio 2020 quando si parlava di come la Cina stesse gestendo l’informazione della pandemia, nei nostri media si criticava il regime che in modo totalitario utilizzava una retorica bellicista laddove si stava facendo una profilassi sanitaria. È interessante vedere come il linguaggio sia cambiato anche in occidente (Su come il linguaggio stia creando la società leggi qui).

Diceva lo scrittore Stanislaw Jerzy Lec “dicono di più su un’epoca le parole che non si usano più che le parole che si abusano”. Quali parole potremmo e dovremmo utilizzare di più in questa fase storica? 

Il linguaggio crea un mondo, ma ne nega anche una parte. Utilizzerei parole come ‘dubbio’, ‘verifica’ e ‘comprensione’. 


Serena Adriana Poerio

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